Etimologia e semantica del gioco

 


Ludus e iocus sono i due termini con cui, in latino, viene nominata l’attività ludica, la cui base etimologica evoca il movimento del guizzare dei pesci[1]. Con essi, in generale, veniva significata ogni rappresentazione gioiosa e divertente, mentre, in particolare, con iocus veniva indicato lo scherzo irriverente e derisorio, tutto ciò che si contrapponeva all’impegno responsabile. Va affermato tuttavia che ludus non indicava qualcosa di alternativo alla serietà al punto tale che con esso si qualificava anche l’insegnamento scolastico, l’esecuzione musicale e la rappresentazione sacra. Il fatto che nella lingua italiana per esprimere l’intera attività ludica, iocus abbia decisamente prevalso – da questo termine deriva in italiano gioco – costituisce un indizio per comprendere quale pre-giudizio si celi dietro a tale lemma. Gioco è sinonimo molto spesso di non-serietà. Sotto questo profilo è interessante notare come, tra le lingue romanze, quella francese, pur ricollegandosi al vocabolo iocus (jeu), per dire l’azione ludica, non ha perso la semantica legata al termine ludus. Infatti, in francese, il verbo jouer è usato per esprimere anche l’azione del suonare uno strumento musicale e, quindi, dell’interpretare una partitura o un ruolo. Poiché la stessa duplice valenza è riscontrabile pure per l’inglese play ed il tedesco spielen, si può supporre che la conservazione della semantica relativa a ludus in terra di Francia sia dovuta all’influenza esercitata da queste lingue. A tal proposito va anche annotato che i vocaboli play e spielen rinviano entrambi all’antico plegan che significa “prendersi cura di qualcuno”, “custodire”, “corrispondere”[2].

Ritornando alle lingue classiche, paidia, paideia, pais, paizon in greco costituiscono un plesso semantico degno di nota perché esso istituisce una forte parentela tra il giocare, l’educare e l’essere bambini, che nelle lingue moderne non è presente. Diversamente fa l’ebraico sahaq, il quale congiunge l’attiva ludica al sorriso, alla gioia, all’allegrezza[3], mentre il sanscrito nrt lega il gioco alla danza e alla rappresentazione mimica.

Si potrebbe continuare ulteriormente questa disamina[4], ma quello che si riscontra è una reale difficoltà a rintracciare un’azione che possa attraversare, unificandole, le diverse etimologie e semantiche legate al termine gioco. La mitologia, a tal riguardo, è un testimone privilegiato di questa incertezza. Infatti, benché gli dei evocati nelle diverse aree culturali amino divertirsi, l’attività ludica non è mai la caratteristica peculiare di una singola figura divina: giocare non è un particolare fare che possa trovare una personificazione divina[5]. Sotto questo profilo, la lingua greca è maestra. Per esprimere non un generico giocare, bensì la modalità ludica dell’esecuzione di un’azione qualsiasi, non si ricorre alla parola paidia, ma al suffisso –inda. Così giocare alla palla diventa sfairinda, giocare al re basilinda. Tutto ciò suggerisce che «nell’assoluta mancanza di significato che caratterizza ogni desinenza è racchiusa l’irriducibilità del gioco ad un’azione particolare: giocare è una questione di forma e non di contenuto»[6].

Un singolare riscontro di quanto stiamo affermando è offerto dal linguaggio di cortesia giapponese, il quale presuppone che si agisca sempre e solo per gioco, qualunque cosa si faccia[7]. La formula gentile per dire “voi arrivate a Tokyo” si traduce “voi giocate ad arrivare a Tokyo”: giocare non è un fare qualcosa, ma un modo di vivere, uno stile[8]. Inoltre è alquanto significativo che in diverse lingue si usi l’espressone “giocare ad un gioco”. Tale raddoppiamento del termine permette di affermare che all’attività ludica non necessariamente corrisponda una determinata attività, ma una modalità con cui una qualsiasi azione viene svolta[9].

L’ampio spettro dell’uso metaforico che qui, seppur per rapidi cenni, abbiamo cercato di porre in luce, ci permette di affermare a riguardo del fenomeno ludico che «in tutti [gli] usi è sempre implicita l’idea di un movimento di andare e venire che non è legato ad un fine determinato in cui trovi il suo termine. A ciò corrisponde anche il significato originario di gioco come danza […]. Quel movimento che è gioco non ha alcun fine in cui termini, ma si rinnova sempre in continua ripetizione. Il movimento dell’andare e venire è così centrale per la definizione essenziale del gioco, che diventa indifferente chi o che cosa sia chi compie tale movimento, il movimento ludico come tale è per dire senza sostrato. È il gioco che viene giocato o che si svolge: non c’è alcun soggetto stabile a giocarlo. Il gioco è compimento del movimento come tale. Così parliamo di gioco di colori e in tal caso non intendiamo affatto che c’è un unico colore che dà in un altro, ma intendiamo l’unitario processo e l’unitario spettacolo in cui appare una mutevole varietà di colori»[10].

(estratto dal mio libro Teologia del gioco)



[1] Cfr. J. Huizinga, Homo ludens, 44.

[2] Cfr. V. Melchiorre, Metacritica dell’eros, Vita e Pensiero, Milano1977, 191.

[3] Interessante notare, come faremo più dettagliatamente nel secondo capitolo, che non tutti i sorrisi, nella Sacra Scrittura, sono connessi al gioco. Il caso emblematico in questo senso è il sorriso degli empi. Cfr. P. Beauchaump, Riso, in Dizionario di Teologia Biblica, Marietti, Genova 1984, 1088-1089; R. Bartelmus., שחק/צחק śāḥaq/ṣāḥaq, in Grande Lessico dell’Antico Testamento, VIII, Paideia, Brescia 2008, 685-705.

[4] Cfr. il bellissimo e interessante secondo capitolo di J. Huizinga, Homo ludens, 35-55.

[5] Cfr. C.G. Jung – K. Kerényi, Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, Bollati Borignhieri, Torino 2012.

[6] F. Giacchetta, Gioco e trascendenza. Dal divertimento alla relazione teologica, Cittadella Editrice, Assisi 2005, 203.

[7] Cfr J. Huizinga, Homo ludens, 42-43.

[8] Se il gioco è una questione di stile, interessante e stimolante può apparire la parentela tra il fenomeno contemporaneo della moda e il gioco. Cfr. V. Cesarone, Homo ludens come Homo cosmologicum. Introduzione, in E. Fink, Per gioco, 20.

[9] Cfr. F. Giacchetta, Gioco e trascendenza, 204.

[10] H.G. Gadamer, Verità e metodo, Bompiani, Milano 2016, 134-135. Lo stesso Gadamer perviene ad una tale definizione dopo una ricognizione etimologico-semantica.

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