Il gioco in Aristotele


Aristotele tratta del gioco nell’Etica Nicomachea. Anche se, come è noto, la pubblicazione delle opere dello Stagirita è dovuta ai suoi discepoli, in quanto egli non concepì mai le sue opere come libri da pubblicare ma come il sostrato dell’attività didattica [1], la collocazione della trattazione del gioco è di particolare interesse. Infatti esso è fatto oggetto di indagine all’interno del IV libro, dove si parla delle virtù etiche, delle virtù cioè legate al comportamento. Tra di esse vi è il garbo che, a giudizio di Aristotele, trova la sua più evidente espressione nel gioco. Pertanto giocare, o meglio saper giocare, è questione di comportamento, di virtù. Lo Stagirita così si esprime:
«il riposo, poi, e il divertimento (paidia) si ritiene che siano necessari nella vita. Nella vita corrente, tre sono le medietà di cui abbiamo parlato, e tutte e tre riguardano i rapporti reciproci fatti di parole e azioni. Ma differiscono perché una riguarda la verità, le altre due il piacere. Di quelle che riguardano il piacere, infine, una si manifesta nei divertimenti (paidiai), l’altra nelle compagnie che si costituiscono nelle altre occasioni della vita» [2].
Poco prima lo Stagirita aveva distinto l’uomo garbato (eutrapelos) dal buffone (bomolochos) che cerca l’allegria ad ogni costo e dal burbero ingrugnito in una serietà ostinata (agroikos) dichiarando che
«alla disposizione di mezzo appartiene il garbo: è proprio dell’uomo garbato dire e ascoltare sole cose che si intonano al carattere di uomo virtuoso e libero. Ci sono, infatti cose che un tale uomo può convenientemente dire o ascoltare a mo’ di scherzo (paidia), e lo scherzo (paidia) dell’uomo libero differisce da quell’uomo servile, come pure lo scherzo (paidia) dell’uomo ben educato differisce da quello di privo di educazione. Questa differenza si può vedere anche dal confronto delle commedie antiche con le moderne; per gli autori antichi era divertente la battuta oscena, per i moderni piuttosto il sottointeso: e non è piccola la differenza tra questi due atteggiamenti dal punto di vista del decoro […]. Per conseguenza l’uomo raffinato e libero avrà questa disposizione, perché egli è legge a se stesso. Tale è dunque l’uomo del giusto mezzo, uomo di garbo o uomo di spirito che dir si voglia. Il buffone, invece, è schiavo del suo desiderio di far ridere, e non risparmia né se stesso né gli altri pur di suscitare il riso e dice cose, nessuna delle quali l’uomo raffinato direbbe; anzi, alcune di esse non le ascolterebbe neppure. Il burbero, poi, è inadatto a tali compagnie: non vi contribuisce in niente ed è sgradevole a tutti» [3].
Dunque, per Aristotele, senza fraintendere il suo pensiero, giocare o meglio saper giocare è una questione eminentemente di carattere etico e, nello specifico, una questione di virtù. Nel II libro dell’Etica, all’inizio di tutta la trattazione sulle virtù aveva affermato, infatti, in modo chiaro e sintetico:
«riguardo al piacevole nello scherzo (paidia) chi sta nel mezzo si chiama spiritoso (eutrapelos) e la sua disposizione (exis) spirito (eutrapelia), l’eccesso si chiama buffoneria (bomolochia) e chi la pratica buffone (bomolochos), chi è in difetto si dice rozzo (agrokos) e la sua disposizione (exis) buffoneria (agrokia)» [4].
Questa sua posizione ‒ il saper giocare come una virtù ‒ viene ribadita nell’ultimo libro, il X, dove, sintetizzando quanto affermato nei precedenti libri, viene detto che
«tali si ritiene comunemente che siano le azioni conformi a virtù: compiere azioni belle e virtuose, infatti è una delle cose che meritano di essere scelte per se stesse. Lo sono anche i divertimenti piacevoli (paidia), giacché gli uomini non li scelgono in vista di altre cose […]. Sono apprezzabili e piacevoli le cose che sono tali per l’uomo di valore: per ciascuno l’attività più degna di essere scelta è quella conforme alla disposizione che gli è propria, e, per conseguenza, per l’uomo di valore è quella conforme a virtù. La felicità, dunque, non sta nel divertimento (paidia): e, in effetti, sarebbe strano che il fine dell’uomo fosse il divertimento (paidia), e che ci si affaticasse e si soffrisse per tutta la vita allo scopo di divertirsi. Tutto noi scegliamo, per così dire, in vista di altro, tranne che la felicità: questa, infatti, è fine in sé. Darsi da fare ed affaticarsi per il divertimento (paidia) è manifestamente stupido e infantile. Divertirsi, invece per potersi applicare seriamente, come dice Anacarsi, sembra essere un atteggiamento corretto: in effetti, il divertimento (paidia) è simile al riposo, giacché gli uomini non potendo affaticarsi in continuazione, hanno bisogno di riposo». [5]
Concludendo l’Etica, Aristotele esalta, pertanto, il gioco a motivo del suo carattere ricreante, riposante, che è quantomai necessario in un vita fatta di lavoro e fatica. Questo spiega il motivo per cui saper giocare – questo sa fare l’eutrapelos, l’uomo garbato - sia una virtù, in quanto l’uomo non può passare tutta la sua vita nel divertimento, come vorrebbe il buffone, né può passare la propria esistenza chiudendosi in un’eccessiva serietà, come invece farebbe il burbero.

(estratto dal mio libro Teologia del gioco, dove puoi trovare molto altro)



[1] Cfr. G. Reale, Il pensiero antico, Vita e Pensiero, Milano 2001, 185. In particolare, per la comprensione dell’etica aristotelica, cfr. ibi, 214-222.
[2] Aristotele, Etica Nicomachea, IV, 8-9, 1128 b 5-6.
[3] Ibi, IV, 8, 1128 a 15-35.
[4] Ibi, II, 7-8, 1108 a 20.
[5] Ibi, X, 6, 1176 b 10-30.

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